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Tutto comincia per scherzo nel lontano 1976 quando un mio compagno di scuola mi chiese se volevo andare con lui a correre in bici. Dissi fra me e me che poteva essere una bella idea. Ma prima che ogni decisione fosse presa, un responsabile della squadra doveva parlare con i miei genitori. E così un giorno, al campanello di casa suonò un omino piccolo piccolo di nome Rino. Rino Fabris.
Ricordo nitidamente la scena. Lui che in fondo alla rampa ripida delle scale parlava con mia madre che, sul pianerottolo, anche un po’ scocciata perché distratta dalle faccende domestiche, non nascondeva un’espressione poco entusiasta. "Penso proprio di no" disse; "comunque la parola definitiva spetta a mio marito". Fu così che mi inventai diplomatico, trovando il modo di ottenere l’avallo di babbo Luigi. Ok, ci siamo, comincia l’avventura.
Pronto per gareggiare con la Polisportiva Pacchi. Anni di divertimento. Quello vero. L’aspetto ludico esaltato. Come dovrebbe sempre essere e non solo nel ciclismo. Occasione domenicale per stare tutti insieme, noi della famiglia, magari facendo pure un pic nic. Che tempi!
Passo nella categoria Esordienti, cambio maglia (dalla rossa precedente, a quella gialloblu della Alberio Baldacci) e anche se non vinco tanto, qualcosina, dicono, s’intravede. Lunga milizia, fino al primo anno dilettanti. L’età giusta per giungere a prendere la decisione: continuo con i libri o con la bici?
Mi diplomo segretario d’azienda, sapendo che la strada è tracciata. Il ciclismo sarà il mio mestiere. Allenamenti sempre più impegnativi e difficili, ma i primi risultati di tanto sacrificio, cominciano a bussare alla porta. Sono pronto per il salto di qualità che viene quando si prospetta il passaggio alla gloriosa Magniflex. Come interpretavo le corse? Già allora si poteva dire senza essere smentiti: "alla Tafi". Tante le vittorie, ma le più significative, una tappa al Giro Baby ed il GP Cuoio e Pelli.
Nell ‘87 sposo Gloria, la donna che ha saputo regalarmi la tranquillità che serve ad un atleta in attività. Ma soprattutto, la donna con la quale ho ottenuto le vittorie più belle della mia vita.
Nel ’90 gioisco per l’arrivo di Tommaso e, nel ’96, per quello di Greta.
Anno ’88 passo al professionismo, grazie all’interessamento di Roberto Gaggioli e di suo padre Luciano. Mi presentano Gianni Savio che mi prende per la "sua" Selle Italia. Un anno di apprendistato, poi un paio di affermazioni; una arriva in Spagna alla Vuelta a Murcia. Sceso dal podio, c’era da affrontare il momento delle interviste. E ora come faccio? Che dico? Mai stato da quelle parti prima, mai parlato lo spagnolo. Domenico Cavallo, direttore sportivo, mi disse che non c’era poi da preoccuparsi tanto. Bastava che aggiungessi una S ad ogni parola pronunciata ed ecco che avrei parlato un perfetto castigliano. Quindi…"Contentos dellas prestaziones, giornatas meravigliosas, primas vittorias professionisticas". Ero euforico, lanciato ormai a sdrammatizzare la mia difficoltà, sapendo che comunque sarei stato compreso. Fu un momento da comico consumato che divertì molto i giornalisti lì vicini.
Altri momenti intensi con la Selle Italia, negli Usa ed anche in Venezuela. Ma fu il Giro del Lazio, nel ’91 ad attirare le attenzioni. Un momento decisivo per la carriera. Seguì infatti il biennio ‘92-’93 alla Tassoni-Carera di Ghirotto, Perini, Bontempi, Roche, Chiappucci, Sorensen, squadra diretta da Boifava. Mai raccolti i baci delle Miss, ma altra esperienza, un bagaglio che stava crescendo.
1994 anno in cui nasce la Mapei, una famiglia che durerà sino al 2002. Ci consideriamo dei veri "parenti". Tra tutti. Medici, meccanici, massaggiatori, sponsor, corridori. Una realtà impareggiabile. Alla Mapei momenti esaltanti, per uno arrivato in punta di piedi grazie alla fiducia di Fabrizio Fabbri, Marco Giovannetti, Valdemaro Bartolozzi. Una fiducia che piano piano m’ha tributato pure Giorgio Squinzi, il patron per antonomasia.
Un inizio che mi è servito come trampolino di lancio per la gloria (questa volta quella sportiva, non parlo di mia moglie…).Come team siamo al top, e nel ’96 il mio piazzamento alla Roubaix dietro i compagni Musseuw e Bortolami. Una delusione mitigata dalla Parigi-Bruxelles, dal mio secondo Giro del Lazio, la Coppa Placci ed il Lombardia. 1997 altro colpo in Coppa del Mondo: Rochester Classic.
La stagione seguente il titolo tricolore, il GP Camaiore, la Coppa Agostoni ed il terzo Giro del Lazio.
La Roubaix mi aveva ancora una volta respinto; questa volta, però, il podio lo avevo migliorato di un gradino. Appuntamento rinviato al ’99, quando quel blocco di pavè riesco finalmente ad alzarlo al cielo.
Il Giro del Piemonte, degno corollario del sogno appena avverato. Parigi-Tours nel 2000, Fiandre nel 2002.
Ma Andrea Tafi vuole dare ancora ai suoi tifosi. E questo lo sanno pure alla CSC. Riis mi ha dato completa fiducia. Ora, a me ripagarlo.
 
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